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Gyula [che non vi tragga in inganno il suo nome] era un ragazzone di 36 anni.
Bello, forte e con due mani grosse come badili.
Era l’idolo di una nazione. La sua. L’Ungheria.
Era un campione. Un predestinato.
Un portiere favoloso. Di quelli che i nonni ancora oggi narrano nelle discussioni calcistiche, senza foto sui cellulari da mostrare, magari ingrandendo un po’ gli episodi, ma poco importa. Noi pendiamo dalle loro labbra come molti anni prima lo facevamo quando ci leggevano quei libri pieni zeppi di figure prima di addormenarci ed aver paura dell’uomo nero.
Gyula aveva tutto ciò che si poteva desiderare.

O quasi.
Si perché quel ragazzone bello e robusto, aveva ancora un sogno.
Non gli bastava la fama ormai mondiale. L’aver partecipato a tre mondiali di fila con quella stupenda squadra che era l’Ungheria degli anni ’50.
Non gli bastava aver sfiorato la vittoria di quel campionato del mondo nel 1954 quando i tedeschi a Berna, senza non pochi dubbi sulla loro ‘naturalezza fisica’, soffiarono il titolo ai praticamente imbattibili ungheresi.
A Gyula non bastava esser stato presente sul campo, difendendo la sua porta, quel 25 novembre del 1953 a Wembley, ad impartire una lezione ai padri fondatori del ‘football’, gli spocchiosi inglesi, i leoni che quel giorno sembravano agnelli, spazzati via 3-6 in casa loro, cospargendoli di una vergogna che mai laveranno via del tutto.
Non bastava a Gyula esser considerato di fatto il primo portiere ‘moderno’, di quelli che escono palla al piede e se necessario impostano anche l’azione come un libero di tutto rispetto, come un Franz Beckenbauer qualsiasi che dalla sua area esce a testa alza e con l’importanza che solo i grandi sanno cucirsi addosso.
No.
Tutto questo a Gyula non bastava.
Quel ragazzone grande e grosso, aveva dentro di se un cuore ancora ragazzino.
Un cuore che non aveva ancora esaudito tutti i desideri che uno spirito fanciullesco chiude nel suo cassetto preferito.
Lá, tra le mutande ed i calzini arrotolati, in fondo in un angolo, c’era ancora un desiderio da esprimere.
Ancora un obbiettivo da raggiungere.
Ancora una stella da accendere.
Quella di indossare almeno un volta, anche una sola, la maglia del Ferencvaros, la sua squadra del cuore.
Le ‘aquile verdi’ di Budapest.
La meravigliosa formazione che in Ungheria è, al pari di un altro paio di compagini, considerata un’istituzione praticamente sacra.
Lui, che aveva indossato sul suo cuore gli stemmi del Mateosz Budapest, per sette anni quello dell’Honved, acerrima nemica proprio del Ferenc specialmente in quel periodo, ed infine del Tatabanya, aveva ancora quel sogno da realizzare.
Aveva ancora qualcosa da chiedere alla vita.
Indossare quella maglia che lo aveva spinto da piccolo ad intraprendere la carriera calcistica.
Ecco che finalmente, nel 1962, a 36 anni suonati e una gloria pesante da sottoporre allo sforzo delle sue enormi spalle, sembrava che fosse arrivato il tanto bramato momento.
La luce che si avvicina dal fondo del tunnel, la voglia che sale sempre più, un trasferimento praticamente ad un passo tanto che molti lo consideravano già il portiere del Ferenc.
Ed invece..
Invece il regime comunista vieta quel trasferimento, ponendo un veto assolutamente invalicabile.
Ai tempi i regimi decidevano un po’ di cose, figuriamoci i trasferimenti nel mondo del calcio.
Per Gyula è un colpo tremendo.
Un uno-due micidiale che lo stende al tappeto, e che non lo fa rialzare più.

Decide di ritrarsi.
Intraprenderà la carriera da allenatore che lo porterà a sedersi in qua e lá sulle panchine di Ungheria e perfino su quella della nazionale del Kuwait.
Fino a che, nel 1968, decide di uscire definitivamente dal mondo del calcio, sempre con quel cruccio in quel cuore da bambino.
Gli anni passano, Gyula invecchia e tira su la sua famiglia.
Quel cuore, pieno di trofei e gloria, però soffre.
Il Ferencvaros è ancora un sogno.
Non si perde una partita.
Non desidera altro. Ma sa che è praticamente impossibile.
Sembra finita.
Ed invece..
Ed invece nel 2008 il Ferenc si ricorda di quell’82enne che 46 anni prima era stato ad un passo da indossare la sua casacca.
Le ‘aquile verdi’ si ricordano che quell’uomo aveva un sogno, e che non sognava nient’altro se non entrare nella storia della sua squadra del cuore.
Il Ferencvaros organizza un’amichevole per lui, contro lo Sheffield United e lo schiera in campo, titolare.
Durante la presentazione della squadra a centrocampo, il viso di Gyula si contrae dall’emozione.
È commosso.
Ci si può ancora commuovere anche ad 82 anni. Il cuore non è mai abbastanza grande per farlo.
Gyula Grosics batte il calcio di inizio e rimane in campo 40 secondi, per poi uscire tra gli applausi di tutto l’ ‘Albert Florian Stadion’ [impianto intitolato ad un’altra bandiera del Ferenc, pallone d’oro nel 1967].
Gyula saluta tutti e se ne va.
Morirà il 13 giugno del 2014, contento.
Contento di aver finalmente coronato quel sogno che nessun altra vittoria ha mai minimamente scalfito.
Che niente è mai riuscito a cancellare.
Nessuna impresa a Wembley, nessuna rimonta tedesca, nessuna considerazione di aver fatto parte di uno dei club più forti della storia, l’Honved di Puskas appunto, nessun accusa di tradimento da parte dello stato ungherese.
Niente.
Niente è mai esistito realmente nel suo cuore prima e dopo quel 25 marzo del 2008.
Dopo aver aspettato qualcosa come 82 anni per esaudire il suo sogno.
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Perché il primo amore non si scorda mai.
Neanche dopo una vita fantastica come la sua.
Perché, si può barattare un’intera carriera stratosferica per una manciata di secondi, o meglio, come disse Gyula poco tempo prima di morire per ‘i 40 secondi più belli della mia vita’.